Alcuni effetti delle manovre fasciali

Scritto da Marco Montanari, psicologo psicoterapeuta integrazione fasciale Appoggiando sul corpo umano un peso superiore a quello di una piuma si produce un’azione, anche minima, che influisce sul tessuto connettivo. Il pensiero più comune quando si effettua una manovra fasciale è quello di agire e cambiare la muscolatura. Sono i muscoli i principali protagonisti della […]

Mente e corpo nel bodywork

Sono contenuti in questo articolo alcuni principi che regolano il rapporto tra corpo ed emozioni e tra corpo e mente.

È scientificamente dimostrato che mente e corpo sono in stretta connessione, tutto ciò che avviene a livello mentale causa reazioni conseguenti nel corpo. Se suddividiamo il corpo umano in particelle infinitesimali fino a raggiungere il più piccolo elemento identificabile, troviamo un atomo composto da un nucleo, protoni, neutroni ed elettroni, che ruotano intorno ad esso.

Se ingigantiamo questo atomo fino a portarlo alla misura della Terra, gli elettroni sono proporzionali alla grandezza della Luna e la distanza tra il nucleo ed un elettrone è simile alla distanza che intercorre tra la Terra e la Luna. Esiste molto spazio tra il nucleo e l’orbita degli elettroni, tanto da calcolare che il novantanove per cento della massa del corpo è costituita dal suddetto spazio, cioè da vuoto. Gli elettroni e gli atomi nascono, si sviluppano e si muovono in questo vuoto, campo di potenzialità e di energia pura.

Se vediamo il nostro corpo con gli occhi di un fisico, percepiamo un enorme spazio con milioni di puntini che sono sospesi e si muovono in esso. Einstein dimostrò che il nostro corpo potrebbe venire racchiuso in una capocchia di uno spillo se si potesse comprimere tutto quello che c’è nello spazio interconnesso tra gli elementi. Sempre Einstein, nella teoria quantistica dimostrò che quando si suddividono elettroni e protoni in elementi ancora più piccoli si ottengono particelle subatomiche formate da pure vibrazioni, non più particelle solide ma onde. Queste fluttuazioni di energia sono chiamate quanti; se luminosi si definiscono fotoni, se gravitazionali gravitoni, se sono elettrici, elettroni.

Le onde vibrazionali nascono e muoiono nel vuoto e gli effetti di questi comportamenti spontanei di creazione e annullamento sono stati misurati in laboratorio e chiamati “fluttuazioni nel vuoto”. Anche nel corpo possiamo definire una unità di quanto: quell’impulso di informazioni che nasce dalla nostra coscienza, quell’onda energetica vibrazionale che nasce dal vuoto e prende forma nella materia e nel nostro corpo, il pensiero.

Dalla psiconeuroimmunologia, scienza medica che studia la relazione fra sistemi endocrino, neuroendocrino ed immunitario, sappiamo che quando si ha un pensiero, il nostro corpo sviluppa una serie di sostanze chimiche chiamate neuropeptidi che si legano attraverso recettori specifici con le altre cellule del corpo. Sono quindi i pensieri che producono neuropeptidi; queste sostanze sono prodotte anche se non ne siamo coscienti, quindi quando i nostri pensieri sono del tutto inconsci. Le informazioni di pensieri ed emozioni passano direttamente alle cellule del corpo e causano modificazioni della loro attività intrinseca. In una visione più ampia, questi infinitesimali cambiamenti fisiologici che avvengono a livello cellulare si possono tradurre in vistose modificazioni del comportamento, dell’attività fisica e perfino dell’umore in ogni individuo.

Il nostro sistema immunitario, sempre secondo la psiconeuroimmunologia, è costituito da cellule dette monociti, ed in esse risiedono i recettori dei neuropeptidi. Tutto ciò indica che il nostro sistema immunitario conosce e riceve i nostri pensieri, sia consci che inconsci, reagendo ad essi. A sua volta, il sistema immunitario produce neuropeptidi che passano informazioni ai nostri organi ed al nostro sistema connettivo. Le cellule che possiedono recettori dei neuropeptidi sono state trovate anche in organi come fegato, reni, intestino, i quali producono a loro volta neuropeptidi.

Quindi il nostro sistema immunitario e tutto il nostro corpo è pensante, comunica, interagisce e reagisce e dunque è influenzato dal nostro modo personale di pensare, immaginare e relazionarci.

Appartiene oramai al passato la vecchia visione della comunicazione ad impulsi elettrici del cervello o la disputa tra William James e Walter Cannon, alla fine dell’ottocento, nella quale James asseriva che le emozioni prima hanno origine nel corpo e poi a livello del pensiero cosciente, mentre Cannon affermava, al contrario, che prima nascono nella testa e solo successivamente si sviluppano nel corpo.

Oggi sappiamo, soprattutto dopo le recenti scoperte in campo chimico, che la mente non è limitata al cervello ma si trova dappertutto, è in tutto il corpo. A sostegno di questa teoria è prezioso il contributo della ricercatrice Candace B. Pert, la quale, alla fine degli anni novanta, si è prodigata con entusiasmo a verificare la presenza nelle aree nel corpo di recettori per neuropeptidi. La Pert ha riscontrato una concentrazione elevata di neuropeptidi fra i nervi ed i fasci di cellule, chiamate gangli, che sono distribuiti non solo lungo tutto il midollo spinale, dove vengono filtrate tutte le sensazioni corporee in entrata, ma anche lungo tutti i percorsi che conducono agli organi interni, alla superficie stessa della nostra pelle ed alle fasce muscolari.

Quando compiamo un movimento del corpo l’informazione del pensiero, convertita in un codice binario di puntini e linee, passa attraverso la rete di neuroni e viene mandata giù per il midollo spinale fino alle giunzioni neuromuscolari pertinenti che si contraggono secondo la sequenza codificata. Un’emozione, una sensazione soggettiva o un sentimento associato a quel movimento causa, oltre all’informazione meccanica, la secrezione di catene di amminoacidi, i neuropeptidi appunto, che passano le informazioni direttamente alle cellule.

Ci sono emozioni che possono essere espresse direttamente attraverso il corpo, in quanto ogni emozione per esprimersi deve passare necessariamente da esso, ed altre che, per una qualche ragione, non trovano espressione diretta, ma rimangono ferme in parti di esso. Possiamo immaginare che la scelta tra ciò che diventa un pensiero o un’emozione espressa coscientemente, e ciò che si ferma, rimanendo qualcosa di non digerito e sepolto in qualche area del corpo, viene mediata dai recettori. Il ricordo ed il vissuto personale è codificato ed immagazzinato come processi di memoria a livello di recettori, e rimane inconscio fino a quando non viene riportato a coscienza attraverso una nuova stimolazione di tali recettori e delle aree corporee correlate. Non è un caso che molti vissuti emergono stimolando zone in cui vi è una fitta presenza di recettori, quali l’area del pericardio, quella addominale e viscerale e la zona dei muscoli intorno al bacino ecc.

Se consideriamo il lavoro corporeo come un lavoro sul tessuto connettivo, quel tipo di tessuto che provvede al collegamento, sostegno e nutrimento di tutti i tessuti dei vari organi e che connette ogni parte del nostro corpo, non possiamo eludere che, lavorando su di esso, andiamo ad influenzare anche tutte le cellule che sono sospese e vivono in sua connessione, quindi tutte le memorie contenute nei corpi cellulari e nelle aree recettoriali.

Il lavoro sui tessuti come quello dell’integrazione posturale o del rolfing, che agiscono sulle fasce connettivali attraverso le dita, pugni, nocche, gomiti e mani, permette alla muscolatura di diventare marcatamente più flessibile, elastica, consistente e malleabile, e accede profondamente ai vissuti emotivi della persona, sedimentati nelle fasce sotto forma di tensioni. Questa conseguenza è a dire il vero inseparabile da qualsiasi lavoro con e attraverso il corpo, sia esso un intervento di bioenergetica, cranio sacrale, shiatsu o altre discipline. Più direttamente si entra in contatto con i corpi cellulari attraverso manovre profonde, più si può riscontrare il riaffiorare di vissuti emotivi accanto al lavoro tecnico specifico.

Il termine “integrazione” viene ad indicare il momento in cui questi vissuti emotivi, in quanto parti della persona, vengono reintegrati nel corpo attraverso un lavoro di riappropriazione, con il risultato di una maggiore fluidità fisica e una conseguente armonia psichica.

Il lavoro sulla fascia è un lavoro sulla rete fibrosa degli involucri muscolari ed è strettamente connessa, oltre che alla rete neuronale degli impulsi nervosi dei pensieri come abbiamo visto prima, anche alla rete circolatoria. Attraverso il sangue arrivano le sostanze nutritive a tutta la rete mio-fasciale. In particolare il lavoro del muscolo necessita ossigeno ed ogni molecola di ossigeno catturata dagli alveoli polmonari passa attraverso il plasma e raggiunge le pareti capillari per essere utilizzata nelle azioni muscolari.

Resta quindi un punto importante l’uso della respirazione nel lavoro fasciale per consentire ai tessuti di ritrovare la loro morbidezza e arrendevolezza. L’ossigeno e l’attivazione della rete circolatoria è una componente importantissima per rendere fluide quelle aree che prima erano legate e bloccate e per risvegliare i recettori presenti in esse.

Uso spesso la respirazione con cicli caratterizzati da una serie di respiri in cui l’accento è posto prima sull’inspirazione, quindi con modalità di carica del tessuto e stimolazione manuale dell’area interessata, poi l’accento viene posto sull’espirazione, con modalità di scarica, accompagnata da manipolazioni più grossolane e profonde.

Il lavoro con il respiro ha l’utilità di preparare il tessuto per le successive manovre più profonde con le dita, gomiti o pugni. L’intero ciclo del respiro, ripetuto durante una sessione, serve a scaldare nuovamente il tessuto permettendo di mantenere attivo il processo; è anche fondamentale per mantenere il contatto tra l’operatore e il cliente durante tutto l’incontro.

Rispetto ai vissuti emozionali emergenti, l’uso della respirazione è uno strumento di base per facilitare e dirigere il processo che sta avvenendo. Quando, ad esempio, l’energia di una persona è molto bassa è utile favorire la carica e questo permette anche alle emozioni di emergere; se quello che sta avvenendo è “troppo” per il cliente, è utile favorire la scarica o riportare la persona in quiete.

Nelle sedute di integrazione posturale viene posta un’attenzione particolare al sentire e al qui ed ora: le manovre, l’uso della respirazione e l’espressività portano in superficie vissuti e sensazioni mutevoli e variegate. Attraverso il contenimento ed il supporto nel qui ed ora, il cliente è costantemente invitato a rimanere in contatto con quello che emerge di volta in volta, e solo in questo modo avvengono le risoluzioni dei vissuti.

Occorre avere molto tatto quando si incomincia un lavoro corporeo; ci sono ad esempio persone che sono abituate ad usare molto la mente ed hanno dato sempre poca importanza alla parte fisica, in questo caso ogni minimo movimento o intervento sul corpo potrà essere eccessivamente invasivo e bloccante. Si riconoscono facilmente queste situazioni perché più che entrare nel corpo attraverso immagini, respirazione o movimento, la persona tenderà a parlare o ad “andare via” con la mente dal lavoro che si sta svolgendo insieme, la mente diventerà un mezzo per difendersi e sorgeranno parecchie domande. In questi casi è molto importante rispondere alle domande, in modo da avvicinarsi gradualmente insieme al lavoro, monitorandone l’invadenza.

Spiego spesso che il lavoro corporeo è un lavoro invasivo e che può essere anche molto doloroso; se si riesce ad andare oltre il dolore, questo è forse l’intervento più efficace per il rilascio delle fibre muscolari. Deve essere fatto gradualmente e nel rispetto dei limiti e delle possibilità di chi riceve. A volte è come uno sciroppo alle erbe molto amaro, che alla fine è curativo.

Le manovre nel lavoro di integrazione posturale sono al limite di una soglia nella quale si può provare o un dolore troppo forte che porta al blocco, ed è negativo per l’obbiettivo finale, o ad un dolore positivo che favorisce l’abbandono ed il rilascio.

È come se il cliente potesse scegliere, una volta che si trova a ricevere, se rifiutare e chiudersi a quell’invasione, oppure lasciarsi andare ed aprirsi, abbandonandosi a tutto ciò che può succedere, spesso questa seconda scelta può portare ad accedere a vissuti emotivi molto intensi trattenuti nella fascia.

Assomiglia molto all’esperimento di William James, il quale scoprì che sottoponendo l’uomo agli effetti di una forte eccitazione senza uno stimolo preciso, il nostro cervello attiva una sorta di relè che porta a interpretare l’esperienza o con una grande gioia, o con paura.

L’abilità dell’integratore posturale o di chi lavora con il corpo in generale sta proprio nel camminare su questo confine così labile tra il rifiuto e la fuga di vivere l’esperienza, e l’abbandono ad essa.

La direzione del lavoro richiede una forte presenza, sicurezza e determinazione da parte dell’operatore, per potere portare la persona nella direzione giusta sapendo entrare nei vissuti personali e contenerli allo stesso tempo.

Spesso il lavoro corporeo è inseparabile da un lavoro su tutto l’individuo, attraverso la manipolazione fasciale ed il respiro tutto il corpo viene reso più flessibile, elastico, aperto, e avviene di conseguenza un cambiamento nel proprio modo di sentirsi e di percepirsi.

Possiamo concentrare la nostra attenzione sul lavoro tecnico e muscolare, fermandoci se si manifestano espressività emotive come avviene ad esempio nel rolfing, o, al contrario, cercare il vissuto emotivo entrandone in contatto con attenzione. L’attenzione e la focalizzazione è la base dalla quale parte ogni intervento sulla persona. L’attenzione è ciò che cura, è come l’acqua per una pianta, il lenitivo per ogni ferita, e lo è anche nel lavoro sul corpo.

modello della gestalt

Scritto da Marco Montanari, psicologo psicoterapeuta integrazione fasciale

In questo articolo sono raccolte informazioni generali sulla terapia della gestalt

per la diffusione e l’utilizzo di questo modello di intervento, è scritto sia per gli “addetti ai lavori” che per chi si avvicina alla conoscenza dell’approccio gestaltico. Lo scopo di questi articoli è quello di diffondere la cultura della gestalt, in particolare nella città di Bologna dove nel lavoro terapeutico utilizzo con entusiasmo questo modello, soprattutto nell’intervento corporeo.

Vita di Fritz Perls fondatore della terapia della Gestalt:

E’ piuttosto complesso stabilire una data precisa per introdurre la “nascita” della Terapia della Gestalt. Alcuni autori e terapeuti della Gestalt ne attribuiscono la fondazione a Frederich Salomon Perls; altri (come Wheeler) sembrano più critici rispetto alla figura di Perls, ritenendolo piuttosto un “geniale intuitore” di elementi già presenti in altri modelli epistemologici del suo tempo.

Psicoanalista ebreo nato in Germania ed emigrato prima in Africa, dove svolse la maggior parte del suo lavoro di psicoanalista, Perls si sposterà successivamente negli Stati Uniti, dove ebbe modo di sviluppare le intuizioni che legavano la sua pratica terapeutica alla Psicologia della Forma ed ai modelli fenomenologici-esistenziali. Fornendo, inoltre, alcuni “cenni” sulla sua vita si potrà meglio comprendere come essa abbia influenzato la sua formulazione teorica e soprattutto la sua impostazione operativa terapeutica.

Nasce (1893) in un ghetto ebreo di Berlino, da una coppia problematica e burrascos. La madre gli trasmette l’amore soprattutto per il teatro, passione che coltiverà per tutta la vita e che influenzerà molto il suo lavoro terapeutico, sia nella pratica clinica che nella concettualizzazione teorica. Le contraddizioni e gli scontri più seri li ha con il padre. A partire dall’età di 10 anni si avvia un percorso esistenziale buio, (enfant terrible), fino a quando, verso i 14 anni incontra il teatro da protagonista, affascinato dall’offerta di tecniche espressive di questa attività.

Nel 1914 si iscrive alla facoltà di medicina, studi che lascerà per arruolarsi volontario nella Croce Rossa ed andare in guerra. In servizio al fronte vivrà alcune tra le esperienze più traumatiche della sua esistenza; al ritorno subirà per molto tempo i postumi di questi accadimenti (depersonalizzazione, completo disinteresse per l’ambiente). Dopo la guerra riprende gli studi e si laurea nel 1920, specializzandosi in Neuropsichiatria. Continua a prediligere, tuttavia, la frequentazione dell’ambiente teatrale, intellettuale e di sinistra della Berlino di quegli anni che gli offre uno degli incontri tra i più significativi per la sua vita e la sua professione: quello con il filosofo espressionista Salomon Friedlander (autore che sviluppa l’ipotesi di “vuoto fertile”, il punto zero definito da Ginger come equilibrio tra polarità opposte tema che avrà una importanza sostanziale nella Gestalt).

A 30 anni effettua un primo tentativo di stabilirsi a New York ma le difficoltà linguistiche e l’intolleranza alla cultura fortemente competitiva americana lo fanno tornare in Germania, ad abitare con la madre e dove vivrà in uno stato di abbrutimento. L’incontro con Lucy, una donna molto importante nella sua vita, gli ridonerà fiducia nella sua potenza sessuale ‘sperimentando’ insieme diverse modalità di rapporti sessuali. In questo periodo decide di intraprendere una prima analisi personale. A 33 anni incontra Karen Horney che influisce molto sulla sua scelta professionale di psicoanalista. Lascia Lucy e si trasferisce a Francoforte dove diventerà assistente di Kurt Goldstein (che lavora con tramautizzati cerebrali tentando delle connessioni con le scoperte sulla percezione della Psicologia della Gestalt) e dove incontra Lore Posner (Laura) con la quale si sposerà. Nel ’27 intraprende una seconda terapia (con H. Deutsch); nel ’28 una terza analisi con E. Harnik, psicoanalista ultra-ortodosso.

Nel 1931 la Horney suggerisce a Perls di iniziare un’analisi, la quarta, con Wilhelm Reich, psicoanalista non troppo ortodosso; questo percorso influenzerà molto la sua futura elaborazione professionale, apprendendo essere importante l’osservazione ed il contatto con il cliente anche dal punto di vista fisico (per poter vedere i punti di contrazione e i blocchi della corazza) e per prestare attenzione al presente più che al passato.

Il 1931 è un anno molto importante per Perls: la sua professione si può dire ben avviata. Ma sono gli anni in cui in Europa si comincia a sentire il “rumore” del nazismo e ben presto è costretto a fuggire, prima in Olanda e poi in Sud Africa dove accetta una proposta di lavoro come psicoanalista da parte di Ernest Jones.

La sua opera Ego, Hunger and Aggression (in collaborazione con la moglie) rappresenta, in un certo senso, il punto di rottura con la psicoanalisi. Perls sottolinea il fondamentale ruolo della concezione olistica della persona e, influenzato dagli studi della semantica, condivide il fatto che tutte le esperienze sono multidimensionali, che le emozioni hanno un impatto sugli aspetti intellettuali e viceversa, e in terapia occorre tener conto di questo e sviluppare un approccio integrativo: vengono compresi come rilevanti anche il linguaggio e il suo contesto semantico.

Terminata la guerra si trasferisce negli Stati Uniti dove, nonostante sia criticato per il suo comportamento provocatorio e ribelle: suo trasgredire le regole terapeutiche avendo rapporti sessuali con i suoi clienti, uomini e donne, ha tuttavia molti clienti. Si comincia ad interessare sempre più alla terapia di gruppo. Frequenta assiduamente gli ambienti bohémiens, quelli dell’intellighencia di sinistra ed il teatro; in questi ambienti incontra Paul Goodman (allora poeta e scrittore) che diverrà una delle figure di maggior rilievo, sia nella fondazione della nuova scuola che nell’elaborazione dei primi passi teorici del nuovo modello.

A Perls, Laura e Goodman, presto si aggiungono altre figure e così nel 1950 si forma il Gruppo dei Sette: Fritz e Laura Perls, P.Goodman, P.Weisz, I.From, E.Shapiro, S.Eastman, ai quali si aggiunse R.Hefferline. Nel 1951 esce la prima pubblicazione, La Terapia della Gestalt: vitalità e accrescimento nella persona umana (Perls, Hefferline, Goodman), in due volumi. Non sono omogenei tra loro nell’elaborazione e rispecchiano le differenti tendenze intellettuali dei rispettivi autori (Perls; Goodman). Prevale l’approccio più intuitivo e meno terico/intellettuale, che progressivamente comincia ad essere preponderante nell’insegnamento e nella pratica di Perls. Dopo aver fondato i primi Istituti di Gestalt (’52 a New York, ’54 a Cleveland) Perls ricomincia i suoi viaggi di insegnamento ed esperienze, dove prende spunti teorici e pratici che integrerà poi nel suo lavoro: “sensory awareness”; psicodramma-monodramma.. Perls è alla ricerca di un perfezionamento del suo metodo empirico e, anche se lavora ancora secondo procedure verbali, si spinge sempre più sul vissuto del qui ed ora, sul contatto diretto nella diade della relazione terapeutica e sulla modalità dell’identificazione successiva con le varie parti del sogno.

Accentuare l’aspetto esperienziale del processo terapeutico significa per Perls offrire al cliente la possibilità di ottenere un proprio insight, dandogli un alto grado di controllo su ciò che apprende di sé durante la terapia.

In questi anni si accentua la spaccatura tra Perls (vicino alla scuola dell’Ovest, californiana) e gli Istituti di New York e di Cleveland (East Coast), in cui, da Laura Perls e da Goodman, sta crescendo una nuova generazione di gestaltisti, che seguono ed approfondiscono una metodologia di lavoro maggiormente legata agli schemi classici dell’interazione verbale. Una spaccatura ancora attuale, anche se connotata da più sinceri tentativi di integrazione.

Stanco, demotivato, Perls sente di non avere riconoscimenti adeguati e a 63 anni si ritira in Florida, insoddisfatto anche del rapporto con Laura. Un anno dopo, nel ’57, sarà di nuovo un incontro con una donna a fargli ritrovare la motivazione a vivere; Marty , una sua cliente, con la quale inizia una relazione così intensa da portare Perls a definirla come la donna più importante della sua vita. Con lei sperimenta le fantasie più audaci e contemporaneamente comincia a far uso di droghe psichedeliche e di LSD. Queste sperimentazioni danno sfogo a tutta la sua paranoia finché non viene lasciato. Ne esce distrutto e ricomincia un periodo di vagabondaggio. Tra il ’59 e il ’60 incontra a Los Angeles uno dei suoi primi clienti, Jim Simskin, che lo aiuta ad abbandonare la droga, sempre a Los Angeles fonda un nuovo Istituto di Gestalt. Con il suo sostegno Perls si ricostruisce una clientela, ma la sua inquietudine e l’istinto verso l’ignoto lo indurranno ad allontanarsi di nuovo. Il cambiamento che questo periodo segnò nella vita di Perls si evidenzia ad Esalen, un centro di crescita sulla costa californiana. Qui diventa un terapeuta famoso e carismatico e sembra trovare la pace tanto agognata. Sono gli anni in cui, a detta di Naranjo, che qui lo conosce e ne diventa prosecutore, Perls comincia ad esprimere la “fioritura del suo genio”. Tuttavia la Gestalt non fiorì e non esplose fino a quando non si creò la congiuntura favorevole con l’inizio del fenomeno californiano degli hippies: questo movimento controculturale si riconosce nello stile di vita e di lavoro terapeutico praticato da Perls, che viene riconosciuto come “re degli hippies” e portato alla gloria. Esalen comincia a riempirsi di persone che ogni fine settimana partecipano ai seminari. La registrazione di questi seminari viene tradotta nel testo Terapia della Gestalt parola per parola (1969).

Ad Esalen nasce un nuovo gruppo di collaboratori (Naranjo, Blumberg, Satir, …) che presto emergono nelle loro differenziazioni applicative. Si realizza l’idea della fondazione di una nuova comunità sul modello del kibbutz israeliano, in Canada, dove tutti vivono in comunità e partecipano al lavoro collettivo, così come alle sedute di terapia e formazione. E’ finalmente rilassato e felice. Nel 1970, di ritorno da un viaggio in Europa, viene colpito da un infarto e muore a Chicago all’età di 77 anni.

Perls ha certamente evocato sentimenti e riflessioni in forte polarità fra loro, sia all’interno degli stessi individui sia tra le istituzioni che si sono occupate e tuttora si occupano di questo nuovo approccio.

Fondamenti psicologici e filosofici della Terapia della Gestalt

“Il tutto è diverso dalla somma delle sue parti.”

La parola Gestalt (tedesca) = totalità della forma di una struttura unitaria significativa = “configurazione globale”

Psicologia della Forma (o della Gestalt) e Teoria lewiniana del campo. Nel 1912 Wertheimer diffondeva i suoi studi sul fattore phi, detto principio integrante, attraverso cui l’organismo trasferirebbe le singole impressioni sensoriali di una serie nella percezione unificata di un movimento continuo: è il battesimo della Scuola della Gestalt, che si contrappone alle precedenti scuole associazionistiche ed atomistiche. Insieme, anche, a Kohler e Koffka viene approfondita l’intuizione della presenza nell’individuo di una maggior attività nella percezione: “nei termini dell’organismo percepiente: la ‘totalità significativa’ è lo stimolo”. Le figure (configurazioni) possono essere scomposte e analizzate in parti sussidiarie, che comunque conservano le medesime caratteristiche di figura/sfondo, cioè dell’intera configurazione.

Fu Kurt Lewin il primo a far uscire il modello gestaltico dai luoghi deputati alla sperimentazione e allo studio e ad innestarlo nella vita più quotidiana. Le sue concettualizzazioni mettono a fuoco soprattutto il rapporto individuo/ambiente., che definisce campo, una realtà dinamica in cui le Gestalten interagiscono. Tutto ciò che il soggetto percepisce nel campo è considerato e valutato, in positivo o negativo, in funzione del soddisfacimento dei bisogni dell’individuo (afferma che il bisogno organizza il campo). Chiara la forte implicazione terapeutica di tutto ciò: ogni individuo non può intendersi se non in relazione con l’ambiente di cui fa parte, in cui agisce attraverso un’attività di problem-solving orientata all’intercettazione della forma pregnante, (buona), per il soddisfacimento dei bisogni. Un bisogno non soddisfatto (Gestalt o lavoro interrotto) può allora presentarsi ripetutamente fino al soddisfacimento e Perls, allargando questo principio alla dimensione esistenziale e di sviluppo dell’individuo, ha elaborato il concetto di ciclo del contatto, o stato di buona salute (assenza di ciclicità nevrotica).

Perls ed i suoi collaboratori sono stati tra i maggior sostenitori di quella che viene definita la Terza Forza della Psicologia, la psicologia Umanistico-esistenziale che nasce negli Anni 50 con il lavoro di May, Rogers, Moreno, e che tiene in gran conto l’approccio teorico della corrente esistenzialista europea. Si oppone all'”oggettivismo” della Psicoanalisi e del Comportamentismo sottolineando la possibilità di allargare il campo di azione e la libertà di scelta degli individui attraverso lo sperimentare piuttosto che il comprendere o l’apprendere.

Oggi include molte metodologie ed approcci terapeutici legati tra loro, la visione dell’intervento terapeutico ha come valore la restituzione alla persona il suo diritto di costruire la propria unicità, soddisfare i bisogni, valorizzare il corpo e le sue esperienze, esprimere emozioni, realizzarsi e svilupparsi secondo i propri desideri/bisogni, creando un proprio sistema di valori. La considerazione dei bisogni non materiali e l’accento posto sulla ‘normalità’ dei comportamenti e l’inutilità delle categorizzazioni nosografiche sono premesse che ben si inquadrano nella Terapia della Gestalt, ponendosi come metodo attivo per lo sviluppo delle potenzialità “sane” degli individui. Anche i sintomi sono visti nella struttura complessiva della persona, si pone ascolto ad essi per poi intensificarli, per meglio comprenderne il messaggio e l’emergenza della Gestalt più urgente nel qui ed ora, quindi la relazione del soggetto e con l’ambiente. I disturbi psicologici sono considerati ‘rotture di Gestalt’ ed interruzione nell’unità dell’essere: la prospettiva olistica quindi non è più la semplice eliminazione o riparazione dei sintomi, ma lo sviluppo ed il mantenimento di una soddisfacente armonia, che diviene l’obiettivo principale della terapia gestaltica. La ‘normalità non è un adattamento sociale ma una capacità di inventare nuove regole attraverso l’adattamento creativo tra la propria realtà vera, e quella dell’ambiente (attraverso quello che Perls ha definito il processo di autoregolazione organismica).

Le influenze più dirette ed incisive sul modello gestaltico provengono dall’indirizzo fenomenologico-esistenziale.

Alcuni principi di fondo condivisi dall’esistenzialismo:

  • Impossibilità del ripetersi di un’esperienza (valore della soggettività e della libertà che si situa nel possibile e nella scelta)
  • Rilevanza data al vissuto corporeo (l’esistenza concreta, l’esser-ci)
  • Responsabilità personale dell’individuo.

Se tutto è soggettivo e non ripetibile non serve creare delle leggi: tutto quel che si può fare (soprattutto in ambito terapeutico) è osservare ciò che si manifesta ed avvicinarsi in modo libero e consapevole all’unicità dell’individuo.

L’opera d Perls, e soprattutto lo sviluppo del modello gestaltico delle polarità, è influenzata dall’elaborazione della teoria del “pensiero differenziale” del filosofo Friedlander: “ogni evento è in relazione a un punto-zero da cui prende inizio una differenziazione in punti opposti…Rimanendo vigili sul punto centrale, si può acquisire l’abilità creativa di vedere entrambe le parti di un evento e completare l’altra metà incompleta…”. Gli opposti vengono così ricongiunti nel punto da cui avevano preso inizio: il punto-zero (individuabile sia come inizio che come centro), in cui si attua il ritorno al pre-differente, a qualcosa che non era differenziato e da cui gli opposti si erano separati. Attraverso questo processo, prima della differenziazione e di ritorno al punto di pre-differenza, si raggiunge l’equilibrio. Tale equilibrio è ricercato da ogni sistema per poter sopravvivere e soddisfare i bisogni. Il cattivo funzionamento del processo porta all’alienazione e alla nevrosi.

Nella complessa tematica della polarità si inserisce la Semantica Generale di Korzybsky: nel suo tentativo di superare il determinismo delle Leggi di Realtà e di Pensiero della logica aristotelica. Egli afferma come la realtà dinamica e contestuale dei dati dell’esistenza possa esprimersi ed acquisire significato attraverso ed entro un processo di storicizzazione del qui ed ora e spesso in ciò che non è determinato in modo fisso e conosciuto.

Perls si dedica alla definizione di un ‘metodo praticabile’ per avvicinare l’uomo occidentale alla dimensione di auto-trascendenza dello Zen. Vede il limite del metodo in un’estremizzazione sul lato opposto della auto-conoscenza poco in contatto con il mondo, ma riconosce il valore di “allargamento della consapevolezza” e di “liberazione del potenziale umano”.

Le idiosincrasie tra il modello della Gestalt e lo Zen si evidenziano principalmente in: Consapevolezza assoluta per lo Zen e consapevolezza come esperienza soggettiva per la gestalt. Principio zen di totale sottomissione ad un maestro e di disciplina assidua che mira ad abbandonare l’ego contrapposto alla responsabilità del soggetto, del proprio percorso, e alla valorizzazione del contatto, nella gestalt.

Le confluenze con lo zen si possono ritrovare nel “mollare la presa”, cioè lo stato di vigilanza/attenzione senza aspettative, che conduce la conoscenza e permette l’attuazione permanente del ciclo del contatto/ritiro; il principio del fluire energetico del continuum di consapevolezza o flusso costante di distruzione e costruzione; la valorizzazione del qui ed ora dell’esperienza immanente e del corpo, come rappresentativo ed unificato della dimensione più spirituale dell”individuo, (principio unificatore dello zen).

Un’altra dimensione che la Terapia della Gestalt ha in comune con il Buddismo e le sue diverse forme è il principio di integrazione delle polarità, che trova il suo corrispettivo nel principio delle polarità dinamiche Yin (femminile) e Yang(maschile) del Tao, nell’anima ed animus di Jung.

Perls afferma: “in molte nevrosi, come in molte psicosi, vedo la sostanza maschile e la sostanza femminile in forte conflitto; nel genio vedo questi opposti che si integrano…”.

Non si può tralasciare la concordanza tra la concezione del corpo che ha il Tantrismo e la centralità che ad esso viene assegnata nella Gestalt, come strumento per arrivare alla consapevolezza.

Il modello della Gestalt fonda le sue radici soprattutto nella Psicoanalisi, anche se il suo sviluppo e la sua originalità derivano prioritariamente dal processo di contrapposizione ad essa. Le critiche iniziali alla teoria e metodo di Freud sono basate sull’aggressività orale. Nella Gestalt l’aggressività non è un istinto (di morte), ma una caratteristica essenziale del mangiare. Senza di essa non possono esserci l’assimilazione che porta alla crescita, a fare proprie o rifiutare le parti introiettate. L’aggressività si evidenzia allora come componente orale, un processo modellante i futuri schemi di relazione con il mondo e una delle dimensioni essenziali del contatto. Attraverso la sua espressione si sostanzia l’istinto vitale; viceversa, il timore di essa e del conflitto sono alla base della coazione a ripetere.

Il transfert viene escluso dal modello gestaltico sia concettualmente che operativamente, così come la nevrosi da transfert, intravedendo la pericolosità della dipendenza dall’analisi e dall’analista, impedendo al cliente l’assumersi la consapevolezza delle proprie responsabilità. Inoltre, leggere i contenuti del cliente solo in chiave transferale, può servire come ‘alibi'(neutralità benevola dell’analista) per non entrare in contatto con l’altro. Come il transfert non è più la strategia prioritaria di cura, così l’inconscio non ha più il suo ruolo centrale: Perls non lo nega e si accosta ad esso riportandolo al presente, lavorando con il cliente sul come (non sul perché) del manifestarsi presente dei processi nevrotici, per arrivare alla consapevolezza di ciò che in questo momento, ora, è rimosso al conscio. Il “come è tutto quello che ci serve per capire come funzioniamo”; l’ora comprende tutto ciò che esiste, l’esperienza, il fenomeno, la consapevolezza. E tutto si fonda su quest’ultimo termine: Perls infatti ritiene la consapevolezza l’unica base possibile di conoscenza e comunicazione. E non può essere raggiunta con l’utilizzo delle tecniche freudiane delle libere associazioni e delle interpretazioni delle resistenze, viste come un modo per evitare l’esperienza e dove la verbalizzazione è troppo anticipata e il contatto con le parti scisse impedito. L’ ‘oggetto’ primario dell’osservazione psicologica e del lavoro terapeutico non è più il “Sé autoriflesso” della Psicoanalisi, ma il contatto, il luogo fisico o psicologico in cui il Sé e l’ambiente stabiliscono la loro relazione e la loro esperienza.

Il percorso esperienziale gestaltico si serve anche del sogno. Perls portò avanti la concezione junghiana del “sogno come proiezione”: “…tutte le diverse parti del sogno sono frammenti della nostra persona”, che vanno messi insieme per riappropriarsi delle parti proiettate e poterle integrare. Il sogno come tentativo di espressione e non di mascheramento.

Oltre all’importanza attribuita al lavoro sulle parti scisse e sulla loro integrazione all’interazione simbolica piuttosto che a quella verbale, va sottolineata l’attenzione dedicata alle espressioni non verbali dell’individuo. Profonda l’influenza di Ferenczi, che dà notevole rilievo al corpo e a tutte le sue manifestazioni (tecnica del radicamento, il grunding) e di Winnicott (tecnica dell’holding, di maternage,…). Ma tra coloro che hanno influenzato il modello della Gestalt, chi più di tutti valorizza il corpo e le necessità dell’espressione totale del cliente è Reich (discarica delle tensioni, contatto fisico dell’armatura corporea,…).

Dalla fenomenologia della rappresentazione psicodinamica – Alla fenomenologia del contatto/confine gestaltico

Psicoanalisi Gestalt

  1. L’inconscio – La formazione Figura/Sfondo
  2. Il Transfert – Il Contatto al Confine
  3. L’Interpretazione e l’Insight – La Consapevolezza
  4. Le Libere Associazioni – La Sperimentazione dell’Esperienza

Dalla Terapia della Gestalt si sono sviluppati tre principali filoni: la Gestalt del cuore (Cleveland), caratterizzata da un orientamento più emozionale e sociale, come anche possibile raccordo tra l’indirizzo teorico e quello a supporto verbale, la cosiddetta Gestalt della testa (New York e Boston, Costa Orientale) e la Gestalt delle viscere, che supporta fortemente l’uso delle emozioni del corpo e del gruppo (Costa Occidentale, da Esalen a San Francisco, Los Angeles, San Diego).

La Gestalt ha trovato applicazione in ambiti molto diversi tra loro e soprattutto si è rivelata possibile una sua integrazione con altri modelli e tecniche terapeutiche.

la consapevolezza come autoregolazione spontanea dell’organismo tra scoperta e sapere

La consapevolezza gestaltica è un insight che include

  • Presa di coscienza
  • Illuminazione
  • Percezione intuitiva
  • Autorivelazione

Insieme alla Consapevolezza (presente) : mente+corpo+contesto

L’organismo è la Gestalt, la figura emergente, la totalità in grado di autoregolarsi per la propria sopravvivenza, che si muove nel campo-sfondo della totalità, per entrare in contatto-scoperta con l’ambiente attraverso una struttura. La conoscenza-contatto dell’organismo avviene al confine del contatto, nell’epidermide, dove si verifica l’esperienza e dove l’organismo, tendente a realizzarsi spontaneamente, sa come arrivare a soddisfare i suoi bisogni (considerazione vitalistica della conoscenza). Nel suo esplicarsi l’organismo ha un’alta capacità discriminante rispetto a ciò che è buono ed a ciò che è cattivo e questo costituisce la base organica della creazione valoriale. Perls sembra andare oltre la semplice definizione corporea dell’organismo, ponendo attenzione alla “struttura”, di cui non porta una chiara definizione ma di cui rileva il processo attraverso il quale essa si evidenzia, il suo modo di funzionare (destrutturazione-integrazione-alienazione), che è analogo a tutte le strutture. La conoscenza strutturale è indispensabile per una corretta impostazione del processo terapeutico, perché solo attraverso la verifica delle differenze (contenuti del processo), che rendono una struttura organismica diversa dalle altre, si arriva a scoprire cosa rende una molteplicità un’unità.

2.2 Gli elementi costitutivi dell’approccio gestaltico: la Teoria del Sé ed il principio di responsabilità organismica del Sé

Presupposti teorici e fondamenti concettuali

  • L’organismo umano funziona per crescere ed autorealizzarsi.
  • I bisogni costituiscono gli organizzatori del comportamento e l’essenza dell’agire.
  • L’organismo e l’ambiente sono in interdipendenza costante.
  • Il processo autoregolante non è mai stabile ma alterato da nuovi bisogni emergenti.
  • La sofferenza emerge quando il naturale movimento(attrazione/repulsione-contatto/ritiro) va fuori ritmo.

La teoria del Sé (Self)

Il (Sé) non è un’entità fissa né un’istanza psichica (come l’Io) bensì un PROCESSO specifico: non è l’Essere… ma l’ESSERE AL MONDO.

La metafora del Sé si raffigura come: “Agente di contatto con l’ambiente (al presente-momento per momento) che consente lo scambio e l’adattamento creativo fra individuo/ambiente”. (Tra mondo interno/ambiente esterno).

Il luogo in cui questo processo si manifesta è il confine del contatto, cioè il confine tra l’individuo e il mondo, dove si evidenziano tutte le modalità e i meccanismi di funzionamento del Sé. Acquisire un senso di identità Coerente Coesa e Consistente = Possedere le fondamenta di un confine

Confine come dimora dell’identità, luogo di interconnessione mediante il ‘con-tatto’ (funzione osmotica che contiene l’organismo e gli consente di entrare in contatto con l’ambiente) e organo della consapevolezza (fa prendere contatto e coscienza della situazione nuova del campo).

Contatto prende forma al confine di una relazione dinamica in uno spazio comune per consentire un rapporto.

Nel momento in cui l’organismo contatta l’ambiente entra in azione la funzione-Sé, che agisce secondo tre modalità: l’Es-l’Io-la Persona.

Gli aspetti del Sé (3 Funzioni)

La funzione ES: La percezione sensoriale (corporea) delle stimolazioni interne ed esterne (Pre-contatto).

La funzione IO: La definizione dei bisogni e la propria identificazione con essi (Contatto e contatto pieno).

La funzione Personale Il definirsi nella propria storia in divenire (Post-contatto).

La funzione Io è il fare creativo catalizzante del Sé che collega la funzione Es (di cosa ho bisogno?) con la funzione Personale (chi sono?); se efficace il risultato sarà un comportamento autoregolativo soddisfacente per l’organismo. Altrimenti si parlerà di ‘perdita della funzione Ego’ e di resistenze come interruzioni del contatto. Le modalità di interazione funzionali o disfunzionali meglio si comprendono illustrando il ciclo del contatto-ritiro (o ciclo della Gestalt, ciclo esperienziale,…): è proprio attraverso il completamento di tutto questo processo che le Gestalt che man mano si aprono, spinte dall’insorgenza di nuovi bisogni, vanno a cercare e trovare la loro conclusione.

Tempi Pre-contatto Contatto Contatto finale Post-contatto

Fasi Orientamento Manipolazione Esperienza Apprendimento

Funzioni del Sé Funzione-ES Funzione-IO Funzione-Personale

Modalità relazionali Confluenza, Introiezione, proiezione, retroflessione, contatto Ritiro dal contatto, egotismo

Contatto e ritiro si susseguono se il ciclo è sano. Ci sono degli elementi fondanti che strutturano l’esperienza di contatto: la consapevolezza e la direzionalità, la manipolazione (come eccitazione ed azione) e la risposta emozionale (la “consapevolezza integrativa di un rapporto tra l’organismo e l’ambiente”).

Le FASI del CICLO DEL CONTATTO SANO

1- Contatto preliminare (Pre-contatto):

L’organismo è mobilitato da uno stimolo interno o esterno

2- Contatto:

decisione responsabile di azione verso l’ambiente

orientamento

3- Contatto pieno (finale):

fusione a confine aperto, con modalità attiva/passiva e con un’aggressività costruttiva a modifica della realtà, senso di compimento; (masticazione-CAMBIAMENTO).

4- Post-contatto (ritiro):

è la fase della digestione/ASSIMILAZIONE; precede l’integrazione dell’esperienza nella dimensione storica e di crescita.

La funzione consapevolezza assume una posizione centrale tra le qualità del Sé: aspetto fondamentale è che la funzione-Io cerativa del Sé può realizzare di volta in volta le qualità di confine necessarie alla situazione, stabilendo in base al momento ed alle corrispondenti condizioni che si delineano nel campo quello che può essere accettato, respinto, assorbito, ecc. Tutto ciò accade al confine di contatto, che assume caratteristiche di permeabilità diverse a seconda della fase di contatto in cui l’organismo si trova.

Il CONTATTO: attraverso esso è possibile acquisire un senso del Sé e di visione del confine di contatto. Differisce dalla fusione, perché come contatto esiste solo quando c’è un senso di separazione che viene adeguatamente mantenuto

I CONFINI DEL CONTATTO: rappresentano la dimensione psicologica che distingue una persona dall’altra, una persona da un oggetto o una persona dalle sue stesse qualità.

Confini-corpo
Sono quelli che possono limitare le sensazioni o metterle in una situazione off-limits

Confini-valore
Sono quelli che stabiliscono i valori che abbiamo e che siamo restii a modificare.

Confini-intimità
Si riferiscono a quel tipo di eventi che si ripetono spesso, ma che non possono essere pensati o, peggio, essere messi in discussione.

Confini-espressività
Sono appresi nei primi anni di vita, quando impariamo, ad esempio, a non urlare, non piagnucolare, non toccare e così via.