Mente e corpo nel bodywork

Sono contenuti in questo articolo alcuni principi che regolano il rapporto tra corpo ed emozioni e tra corpo e mente.

È scientificamente dimostrato che mente e corpo sono in stretta connessione, tutto ciò che avviene a livello mentale causa reazioni conseguenti nel corpo. Se suddividiamo il corpo umano in particelle infinitesimali fino a raggiungere il più piccolo elemento identificabile, troviamo un atomo composto da un nucleo, protoni, neutroni ed elettroni, che ruotano intorno ad esso.

Se ingigantiamo questo atomo fino a portarlo alla misura della Terra, gli elettroni sono proporzionali alla grandezza della Luna e la distanza tra il nucleo ed un elettrone è simile alla distanza che intercorre tra la Terra e la Luna. Esiste molto spazio tra il nucleo e l’orbita degli elettroni, tanto da calcolare che il novantanove per cento della massa del corpo è costituita dal suddetto spazio, cioè da vuoto. Gli elettroni e gli atomi nascono, si sviluppano e si muovono in questo vuoto, campo di potenzialità e di energia pura.

Se vediamo il nostro corpo con gli occhi di un fisico, percepiamo un enorme spazio con milioni di puntini che sono sospesi e si muovono in esso. Einstein dimostrò che il nostro corpo potrebbe venire racchiuso in una capocchia di uno spillo se si potesse comprimere tutto quello che c’è nello spazio interconnesso tra gli elementi. Sempre Einstein, nella teoria quantistica dimostrò che quando si suddividono elettroni e protoni in elementi ancora più piccoli si ottengono particelle subatomiche formate da pure vibrazioni, non più particelle solide ma onde. Queste fluttuazioni di energia sono chiamate quanti; se luminosi si definiscono fotoni, se gravitazionali gravitoni, se sono elettrici, elettroni.

Le onde vibrazionali nascono e muoiono nel vuoto e gli effetti di questi comportamenti spontanei di creazione e annullamento sono stati misurati in laboratorio e chiamati “fluttuazioni nel vuoto”. Anche nel corpo possiamo definire una unità di quanto: quell’impulso di informazioni che nasce dalla nostra coscienza, quell’onda energetica vibrazionale che nasce dal vuoto e prende forma nella materia e nel nostro corpo, il pensiero.

Dalla psiconeuroimmunologia, scienza medica che studia la relazione fra sistemi endocrino, neuroendocrino ed immunitario, sappiamo che quando si ha un pensiero, il nostro corpo sviluppa una serie di sostanze chimiche chiamate neuropeptidi che si legano attraverso recettori specifici con le altre cellule del corpo. Sono quindi i pensieri che producono neuropeptidi; queste sostanze sono prodotte anche se non ne siamo coscienti, quindi quando i nostri pensieri sono del tutto inconsci. Le informazioni di pensieri ed emozioni passano direttamente alle cellule del corpo e causano modificazioni della loro attività intrinseca. In una visione più ampia, questi infinitesimali cambiamenti fisiologici che avvengono a livello cellulare si possono tradurre in vistose modificazioni del comportamento, dell’attività fisica e perfino dell’umore in ogni individuo.

Il nostro sistema immunitario, sempre secondo la psiconeuroimmunologia, è costituito da cellule dette monociti, ed in esse risiedono i recettori dei neuropeptidi. Tutto ciò indica che il nostro sistema immunitario conosce e riceve i nostri pensieri, sia consci che inconsci, reagendo ad essi. A sua volta, il sistema immunitario produce neuropeptidi che passano informazioni ai nostri organi ed al nostro sistema connettivo. Le cellule che possiedono recettori dei neuropeptidi sono state trovate anche in organi come fegato, reni, intestino, i quali producono a loro volta neuropeptidi.

Quindi il nostro sistema immunitario e tutto il nostro corpo è pensante, comunica, interagisce e reagisce e dunque è influenzato dal nostro modo personale di pensare, immaginare e relazionarci.

Appartiene oramai al passato la vecchia visione della comunicazione ad impulsi elettrici del cervello o la disputa tra William James e Walter Cannon, alla fine dell’ottocento, nella quale James asseriva che le emozioni prima hanno origine nel corpo e poi a livello del pensiero cosciente, mentre Cannon affermava, al contrario, che prima nascono nella testa e solo successivamente si sviluppano nel corpo.

Oggi sappiamo, soprattutto dopo le recenti scoperte in campo chimico, che la mente non è limitata al cervello ma si trova dappertutto, è in tutto il corpo. A sostegno di questa teoria è prezioso il contributo della ricercatrice Candace B. Pert, la quale, alla fine degli anni novanta, si è prodigata con entusiasmo a verificare la presenza nelle aree nel corpo di recettori per neuropeptidi. La Pert ha riscontrato una concentrazione elevata di neuropeptidi fra i nervi ed i fasci di cellule, chiamate gangli, che sono distribuiti non solo lungo tutto il midollo spinale, dove vengono filtrate tutte le sensazioni corporee in entrata, ma anche lungo tutti i percorsi che conducono agli organi interni, alla superficie stessa della nostra pelle ed alle fasce muscolari.

Quando compiamo un movimento del corpo l’informazione del pensiero, convertita in un codice binario di puntini e linee, passa attraverso la rete di neuroni e viene mandata giù per il midollo spinale fino alle giunzioni neuromuscolari pertinenti che si contraggono secondo la sequenza codificata. Un’emozione, una sensazione soggettiva o un sentimento associato a quel movimento causa, oltre all’informazione meccanica, la secrezione di catene di amminoacidi, i neuropeptidi appunto, che passano le informazioni direttamente alle cellule.

Ci sono emozioni che possono essere espresse direttamente attraverso il corpo, in quanto ogni emozione per esprimersi deve passare necessariamente da esso, ed altre che, per una qualche ragione, non trovano espressione diretta, ma rimangono ferme in parti di esso. Possiamo immaginare che la scelta tra ciò che diventa un pensiero o un’emozione espressa coscientemente, e ciò che si ferma, rimanendo qualcosa di non digerito e sepolto in qualche area del corpo, viene mediata dai recettori. Il ricordo ed il vissuto personale è codificato ed immagazzinato come processi di memoria a livello di recettori, e rimane inconscio fino a quando non viene riportato a coscienza attraverso una nuova stimolazione di tali recettori e delle aree corporee correlate. Non è un caso che molti vissuti emergono stimolando zone in cui vi è una fitta presenza di recettori, quali l’area del pericardio, quella addominale e viscerale e la zona dei muscoli intorno al bacino ecc.

Se consideriamo il lavoro corporeo come un lavoro sul tessuto connettivo, quel tipo di tessuto che provvede al collegamento, sostegno e nutrimento di tutti i tessuti dei vari organi e che connette ogni parte del nostro corpo, non possiamo eludere che, lavorando su di esso, andiamo ad influenzare anche tutte le cellule che sono sospese e vivono in sua connessione, quindi tutte le memorie contenute nei corpi cellulari e nelle aree recettoriali.

Il lavoro sui tessuti come quello dell’integrazione posturale o del rolfing, che agiscono sulle fasce connettivali attraverso le dita, pugni, nocche, gomiti e mani, permette alla muscolatura di diventare marcatamente più flessibile, elastica, consistente e malleabile, e accede profondamente ai vissuti emotivi della persona, sedimentati nelle fasce sotto forma di tensioni. Questa conseguenza è a dire il vero inseparabile da qualsiasi lavoro con e attraverso il corpo, sia esso un intervento di bioenergetica, cranio sacrale, shiatsu o altre discipline. Più direttamente si entra in contatto con i corpi cellulari attraverso manovre profonde, più si può riscontrare il riaffiorare di vissuti emotivi accanto al lavoro tecnico specifico.

Il termine “integrazione” viene ad indicare il momento in cui questi vissuti emotivi, in quanto parti della persona, vengono reintegrati nel corpo attraverso un lavoro di riappropriazione, con il risultato di una maggiore fluidità fisica e una conseguente armonia psichica.

Il lavoro sulla fascia è un lavoro sulla rete fibrosa degli involucri muscolari ed è strettamente connessa, oltre che alla rete neuronale degli impulsi nervosi dei pensieri come abbiamo visto prima, anche alla rete circolatoria. Attraverso il sangue arrivano le sostanze nutritive a tutta la rete mio-fasciale. In particolare il lavoro del muscolo necessita ossigeno ed ogni molecola di ossigeno catturata dagli alveoli polmonari passa attraverso il plasma e raggiunge le pareti capillari per essere utilizzata nelle azioni muscolari.

Resta quindi un punto importante l’uso della respirazione nel lavoro fasciale per consentire ai tessuti di ritrovare la loro morbidezza e arrendevolezza. L’ossigeno e l’attivazione della rete circolatoria è una componente importantissima per rendere fluide quelle aree che prima erano legate e bloccate e per risvegliare i recettori presenti in esse.

Uso spesso la respirazione con cicli caratterizzati da una serie di respiri in cui l’accento è posto prima sull’inspirazione, quindi con modalità di carica del tessuto e stimolazione manuale dell’area interessata, poi l’accento viene posto sull’espirazione, con modalità di scarica, accompagnata da manipolazioni più grossolane e profonde.

Il lavoro con il respiro ha l’utilità di preparare il tessuto per le successive manovre più profonde con le dita, gomiti o pugni. L’intero ciclo del respiro, ripetuto durante una sessione, serve a scaldare nuovamente il tessuto permettendo di mantenere attivo il processo; è anche fondamentale per mantenere il contatto tra l’operatore e il cliente durante tutto l’incontro.

Rispetto ai vissuti emozionali emergenti, l’uso della respirazione è uno strumento di base per facilitare e dirigere il processo che sta avvenendo. Quando, ad esempio, l’energia di una persona è molto bassa è utile favorire la carica e questo permette anche alle emozioni di emergere; se quello che sta avvenendo è “troppo” per il cliente, è utile favorire la scarica o riportare la persona in quiete.

Nelle sedute di integrazione posturale viene posta un’attenzione particolare al sentire e al qui ed ora: le manovre, l’uso della respirazione e l’espressività portano in superficie vissuti e sensazioni mutevoli e variegate. Attraverso il contenimento ed il supporto nel qui ed ora, il cliente è costantemente invitato a rimanere in contatto con quello che emerge di volta in volta, e solo in questo modo avvengono le risoluzioni dei vissuti.

Occorre avere molto tatto quando si incomincia un lavoro corporeo; ci sono ad esempio persone che sono abituate ad usare molto la mente ed hanno dato sempre poca importanza alla parte fisica, in questo caso ogni minimo movimento o intervento sul corpo potrà essere eccessivamente invasivo e bloccante. Si riconoscono facilmente queste situazioni perché più che entrare nel corpo attraverso immagini, respirazione o movimento, la persona tenderà a parlare o ad “andare via” con la mente dal lavoro che si sta svolgendo insieme, la mente diventerà un mezzo per difendersi e sorgeranno parecchie domande. In questi casi è molto importante rispondere alle domande, in modo da avvicinarsi gradualmente insieme al lavoro, monitorandone l’invadenza.

Spiego spesso che il lavoro corporeo è un lavoro invasivo e che può essere anche molto doloroso; se si riesce ad andare oltre il dolore, questo è forse l’intervento più efficace per il rilascio delle fibre muscolari. Deve essere fatto gradualmente e nel rispetto dei limiti e delle possibilità di chi riceve. A volte è come uno sciroppo alle erbe molto amaro, che alla fine è curativo.

Le manovre nel lavoro di integrazione posturale sono al limite di una soglia nella quale si può provare o un dolore troppo forte che porta al blocco, ed è negativo per l’obbiettivo finale, o ad un dolore positivo che favorisce l’abbandono ed il rilascio.

È come se il cliente potesse scegliere, una volta che si trova a ricevere, se rifiutare e chiudersi a quell’invasione, oppure lasciarsi andare ed aprirsi, abbandonandosi a tutto ciò che può succedere, spesso questa seconda scelta può portare ad accedere a vissuti emotivi molto intensi trattenuti nella fascia.

Assomiglia molto all’esperimento di William James, il quale scoprì che sottoponendo l’uomo agli effetti di una forte eccitazione senza uno stimolo preciso, il nostro cervello attiva una sorta di relè che porta a interpretare l’esperienza o con una grande gioia, o con paura.

L’abilità dell’integratore posturale o di chi lavora con il corpo in generale sta proprio nel camminare su questo confine così labile tra il rifiuto e la fuga di vivere l’esperienza, e l’abbandono ad essa.

La direzione del lavoro richiede una forte presenza, sicurezza e determinazione da parte dell’operatore, per potere portare la persona nella direzione giusta sapendo entrare nei vissuti personali e contenerli allo stesso tempo.

Spesso il lavoro corporeo è inseparabile da un lavoro su tutto l’individuo, attraverso la manipolazione fasciale ed il respiro tutto il corpo viene reso più flessibile, elastico, aperto, e avviene di conseguenza un cambiamento nel proprio modo di sentirsi e di percepirsi.

Possiamo concentrare la nostra attenzione sul lavoro tecnico e muscolare, fermandoci se si manifestano espressività emotive come avviene ad esempio nel rolfing, o, al contrario, cercare il vissuto emotivo entrandone in contatto con attenzione. L’attenzione e la focalizzazione è la base dalla quale parte ogni intervento sulla persona. L’attenzione è ciò che cura, è come l’acqua per una pianta, il lenitivo per ogni ferita, e lo è anche nel lavoro sul corpo.